L'italiano che inventò il cinema: la storia di Filoteo Alberini

E se il cinema fosse stato inventato da un italiano, un anno prima dei fratelli Lumière? Chi era Filoteo Alberini, esercente, produttore, regista, sulla cui esistenza è calato l’oblio? “L’italiano che inventò il cinema” di Stefano Anselmi, in onda in prima visione lunedì 13 gennaio alle 21.10 su Rai Storia, indaga e ricostruisce la vita di Filoteo Alberini, pioniere italiano del cinema e, per alcuni, l’inventore della “Settima Arte”, fino a riflettere sulla natura del cinema come “magnifica ossessione”. Impiegato statale nativo di Orte, nel Lazio, è stato molto di più di un tecnico prestato all’arte come i fratelli Lumière: è stato tra i primi esercenti in Italia, a Firenze; il primo ad aprire un “vero” cinema a Roma, il Moderno, a Piazza Esedra, ancora esistente; il primo produttore e regista di film a soggetto in Italia con “La presa di Roma”, del 1905, considerato da tutti gli storici del cinema “il primo film italiano”.

Aveva perfezionato e registrato il brevetto della sua macchina da presa, il Kinetografo, nell’ottobre del 1894 ma questa invenzione cadde nell’indifferenza totale in Italia. Pochi mesi dopo ci sarà il trionfo dei fratelli Lumière e del loro Cinématographe. Alberini non demorde, fonda la più importante e antica casa di produzione italiana, la Alberini e Santoni, poi divenuta Cines, e continua al tempo stesso il suo straordinario percorso di ricerca arrivando con le sue invenzioni a toccare campi che segneranno la storia del cinema: come la Cinepanoramica, antenata di qualsiasi tentativo di “allargare” il formato di visione del cinema da quello quadrato dei Lumière. La visione stereoscopica e la ricerca della terza dimensione, sarà l’ossessione che lo accompagnerà fino alla morte. Filoteo Alberini è stato un genio inascoltato o il solito idealista italiano senza struttura che ha dovuto cedere davanti all’organizzazione perfetta di francesi e americani? Il documentario cerca di rispondere a queste domande, a volte con la storia e a volte con l’immaginazione propria del cinema avvalendosi, con un particolare tipo di reenactment, di un narratore d’eccezione, Georges Mèlies - simbolo dei cineasti dimenticati e poi riscoperti - che si muove come un investigatore privato cinematografico nei luoghi di Alberini come sono ora. Nel cast Massimo Zanuzzi (nel ruolo di Georges Méliès), sceneggiatura di Giovanna Lombardi (unica biografa di Filoteo Alberini), Stefano Anselmi, fotografia di Daniele Baldacci, montaggio di Daniele Cecilia, scenografia e costumi di Paola Nazzaro, musiche di Arturo Annecchino.

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